Intervista a Vallanzaska

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Intervista a Vallanzaska
Intervista a Vallanzaska

I Vallanzaska, formatisi a Milano nel 1991, hanno pubblicato 12 album e partecipato a varie compilation. Alcune delle loro canzoni, come “Cheope”, “Spaghetti Ska” e “Sì Sì Sì No No No”, sono entrate nella memoria di più generazioni segnando la storia dello ska italiano e, di riflesso, della scena musicale alternativa nazionale. Lo storico gruppo ha partecipato sia come cast sia come autore della sigla o del commento musicale a numerosi show radiofonici e televisivi affermandosi, nel corso degli anni, come una band dal suono riconoscibile e con una scrittura molto peculiare. Attualmente il gruppo è composto da Davide “Dava” Romagnoni (voce), Lucio “Lucius” Contini (chitarra), Francesco Piras (tromba e cori), Lo Spekkio (sax e cori), Taco Torres (basso), Domenico “Mimmuzzo” Santoro (tastiere e cori) e Davide Bini (batteria). Noi abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il cantante Dava sulla storia e sugli ultimi progetti della band.

D. Cominciamo l’intervista parlando del vostro ultimo singolo L’ultima che segna anche i trentacinque anni di attività della band.

R. Questa canzone è nata dal coro che ci fanno sempre alla fine dei concerti in cui il pubblico ci canta: “Se non fate l’ultima noi non ce ne andiamo!”. Abbiamo pensato quindi di scrivere questa canzone il cui ritornello praticamente era già scritto, dato che noi notoriamente non abbiamo voglia di fare niente! (ride). Al di là degli scherzi, abbiamo fatto coincidere l’uscita di questo singolo con il nostro trentacinquesimo compleanno. In questi trentacinque anni abbiamo fatto moltissimi dischi e adesso stiamo lavorando a un nuovo EP, di cui L’ultima è appunto il primo singolo. Per gli appassionati di reggae segnalo che la produzione di questo brano è stato affidato al grande Ciro “Prince Vibe” Pisanelli. Con lui collaboriamo da quasi dieci anni e ci troviamo molto in sintonia.

D. L’inizio del vostro nuovo tour è coinciso anche con una data particolare…

R. Sicuramente, il 25 aprile! Abbiamo fatto una doppietta in questo caso dato che il pomeriggio abbiamo suonato al Salice di Legnano con Brusco mentre la sera ci siamo spostati a Partigiani In Ogni Quartiere in cui invece abbiamo condiviso il palco con i Casino Royale. Alla nostra età è stato impegnativo cominciare il tour con una doppia data ma ce l’abbiamo fatta ed è stato parecchio gratificante vedere tanta partecipazione.

D. A proposito di partecipazione del pubblico. Secondo te perché, dato che voi fate ska da sempre, i ritmi in levare in Italia non se la passano benissimo rispetto ai tempi magari in cui avete cominciato?

R. Io noto che per quanto riguarda lo ska, spesso erroneamente considerato un sottogenere del reggae quando invece in un certo senso è il padre del rocksteady prima e del reggae poi, non ho visto un calo d’interesse. Ho magari visto un calo fisico di luoghi in cui suonarlo anche perché sono musiche legate a doppio filo ai centri sociali che ultimamente non se la stanno passando benissimo. Adesso prevale più magari rap e trap anche in termini di fashion ma credo sia una moda temporanea. Lo ska è una musica che esiste dagli anni Sessanta e continuerà a farlo, con successi a ondate come accade da sempre. In Italia la scena reggae è sempre forte con band storiche come Africa Unite, Train to Roots dalla Sardegna, Sud Sound System dal Salento solo per citarne alcune.

D. Come sono nati i Vallanzaska?

R. Noi siamo nati nel 1991, con l’unione di due gruppi: una mia e di Pietro e l’altra di Lucio che è ancora il chitarrista dei Vallanzaska. Io e Lucio ci siamo ritrovati in classe assieme in quinta liceo e quindi abbiamo unito le forze. Siamo quelli che ci sono dall’inizio anche se gli altri membri ci suonano da almeno vent’anni e quindi è la formazione più longeva. Il primo concerto che abbiamo fatto è stato il giorno di San Valentino del 1991 a Baggio, storico quartiere periferico di Milano. All’inizio facevamo tutte cover dei Madness e degli Specials con l’intento di fare subito ballare le persone. Lo ska ai tempi infatti era considerata solo musica festaiola. Ora rimane musica da festa ma può avere anche delle profondità diverse che possono essere certamente esplorate. Lo ska ad esempio può anche triste e malinconico come quello dei Sublime o in minore e introspettivo quello quello super mainstream dei No Doubt quando facevano molta musica in levare. Abbiamo perciò deciso di iniziare a scrivere i nostri testi e la soddisfazione di vedere la gente che canta i tuoi testi ai concerti è una sensazione impagabile e molto più soddisfacente rispetto a far ballare la gente con delle cover.

D. I vostri testi sono sempre scherzosi e ironici ma fanno comunque riflettere. Avete toccato argomenti molto profondi come ad esempio l’Olocausto nella canzone Lettera, forse l’unica canzone in cui non utilizzate la vostra tipica ironia. Questo tipo di scrittura ha mai generato critiche rispetto ai tipici testi disimpegnati dello ska?

R. Posso dirti che non mi ricordo di problemi legati ai nostri testi anche perché le nostre canzoni hanno sempre quella vena ironica che a volte funziona e a volta meno. È il nostro modo di scrivere, con giochi di parole e calambour.

D. Parliamo del nome della vostra band, per certi aspetti anche un po’ controverso. Io lo ritengo azzeccatissimo, considerano l’aspetto rude boy che è proprio della musica ska. Chi ha avuto l’idea di sfruttare queste atmosfere “gangsteristiche” per il nome della band?

R. Il nome l’ho trovato proprio io. La genesi è stata questa. Noi eravamo alla ricerca di un nome da rude boy, con la desinenza in ska e che fosse in qualche modo legato alla città di Milano da dove veniamo. Ai tempi studiavamo all’Universittà Statale e il Rettore dell’epoca si chiamava Mantegazza. Abbiamo quindi inizialmente optato per il nome Mantegazska ma era un nome veramente orrendo che è durato pochissimo. Un giorno però, ascoltando Radio Popolare, sentii la notizia che avevano arrestato Pepè Flachi che veniva descritto come il braccio destro di Renato Vallanzasca. Da qui l’illuminazione: di Milano, bandito ma non mafioso e con una K al posto della C. Il nome perfetto! Tornando alla domanda precedente, come ti dicevo, non abbiamo avuto mai problemi per i nostri testi mentre ne abbiamo avuti tantissimi proprio per il nostro nome della band. Ci sono state proteste anche prima dei nostri concerti perché non volevano fare suonare una band con il nome di un famoso criminale che ha segnato in negativo la storia d’Italia. Non capivano che era una provocazione, noi non eravamo certo a favore delle armi o dei banditi. Fa parte del personaggio legato allo ska.

D. A questo proposito è vero che anche Red Ronnie non vi ha voluto ospitare in televisione proprio per il vostro nome?

R. Erano i tempi dell’album Cheope che ha funzionato molto a livello commerciale. Potrei anche ricordare male e magari Red Ronnie può smentirmi ma non ci ha mai ospitato e io mi ricordo che il motivo era proprio legato al nostro nome.

D. Vallanzasca lo sa che esiste una band  che si chiama come lui? Lo avete mai incontrato?

R. Certo! Lo abbiamo incontrato nel 2010. Lui comunque sapeva dell’esistenza della nostra band da almeno vent’anni perché la moglie ai tempi Antonella D’Agostino, andandolo a trovare al carcere di Nuoro, un giorno ha visto la locandina di un nostro concerto in Sardegna. In carcere Renato poi, tramite progetti educativi, aveva aperto un blog e il nostro bassista ci si era iscritto, entrandoci così in contatto. Nel 2010 poi Renato è uscito per un paio d’anni in permesso e quindi noi siamo riusciti a incontrarlo, a pranzarci assieme ed è anche venuto a qualcuno dei nostri concerti. Ha perfino collaborato a un nostro pezzo. Si è chiuso quindi un po’ un cerchio. A me ha dato l’impressione di una persona molto magnetica e conscia del male che ha fatto. È infatti stato condannato, se non vado errato, a quattro ergastoli e più di duecendo anni per i suoi misfatti e ha fatto più di trent’anni di galera.

D. Voi avete avuto anche un grande successo e notorietà, approdando anche sui canali nazionali. Mi racconti di quelle esperienze?

R. Eravamo a cavallo tra il 2003 e il 2004. Io in quegli anni facevo l’autore televisivo e il capo autore con cui stavo collaborando era anche il capo autore del gruppo comico dei Cavalli Marci che facevano appunto Target, Ciro e Super Ciro. Come Vallanzaska noi eravamo appena usciti con Sì Sì Sì No No No e questo autore, dopo averla sentita, ha deciso di farla diventare la sigla di Super Ciro. Noi facevamo anche parte del cast, vestiti da gangster, e venivamo coinvolti anche in alcune scenette. In quel caso nessun problema per il nostro nome, va riconosciuto.

D. Tu, come gusti personali, cosa ti piace ascoltare e cosa ti ispira?

R. Gli Specials e i Madness sono ancora i miei gruppi preferiti. Nel mondo del levare apprezzo molto Marley naturalmente, Jimmy Cliff e il dub con tanto basso ed effetti di riverberi vari. Noi abbiamo fatto un pezzo che si chiama appunto Dubai in cui giochiamo con le atmosfere dub. Reggae e ska sono legati a doppio filo e quindi apprezzo molto entrambi i generi naturalmente. Apprezzo anche lo stile parlato di Linton Kwesi Johnson e le atmosfere punk americane alla Rancid.

D. Dopo l’uscita dell’EP e la fine di questo album, cosa vedi nel futuro dei Vallanzaska?

R. Dopo anni di un certo letargo ci è tornata la voglia di fare. Quindi sicuramente lavoreremo a un album. Una cosa strutturata che abbia canzoni legate da un filo logico. Dobbiamo comunque sempre produrre qualcosa di nuovo in modo da poter suonare sempre di più live con materiale sempre fresco. Al momento stiamo spingendo il nostro nuovo singolo L’ultima. Di recente siamo andati anche virali con una nostra riedizione-cover in chiave ganja della canzone Sal Da Vinci Per sempre sì che ha vinto Sanremo ma siamo consci che queste sono bolle temporanee. Le canzoni invece rimangono.


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